Gira e rigira, qui siamo. E “governo subito” vuol dire o un esecutivo di minoranza caro a Pierluigi Bersani o il governissimo Pdl-Pd. Tertium non datur. In questa situazione il Cavaliere alza la voce e lancia programmi che sanno di ultimatum. Il leader del Pdl non ha problemi a spostare da una casella all’altra o a cancellare gli Alfano di turno, non solo perché il centrodestra senza Berlusconi è un pollo spennato ma soprattutto perché l’avversario – cioè il Pd - è debole, diviso e incerto, convinto che destra e Cav siano bolliti, che la sinistra sia maggioranza del Paese.
Bersani è stato ed è il primo a commettere l’errore fatale di considerare finito il Cavaliere e la destra italiana: è così che ha perso le elezioni date troppo in fretta per vinte ed è così che si sta cuocendo a fuoco lento in una gestione della crisi politica a dir poco confusionaria.
Berlusconi preme sull’acceleratore perché la crisi dell’Italia è devastante, perché Grillo gioca al tanto peggio tanto meglio, perché il Pd non ha né una linea definita unitariamente e né una leadership affermata e stabile, sempre nell’altalena dello scontro di vecchie e nuove correnti. Oggi, è addirittura D’Alema a dare le carte, in previsione di un congresso che potrebbe rivoluzionare linea politica e leadership.
Fatto sta che siamo nello stallo totale e, a questo punto, l’unica possibilità di uscita è la nomina di un presidente della Repubblica di spessore, non il primo che passa spinto dalla cosiddetta società civile.
Dice bene Peppino Caldarola: “Serve un presidente eletto a larga maggioranza dal parlamento. Non credo che il presidente possa essere un esponente della società civile. Quel ruolo richiede saggezza, competenza e professionalità, quindi servono donne e uomini di stato. La presidenza della Repubblica è oramai il luogo di snodo della politica italiana, al punto che penso che dovremmo convincerci ad adottare il sistema semi presidenzialista francese”. Un assist per “baffino” Massimo D’Alema?
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